Giuseppe Fedeli

Opere letterarie


Antimafia e pentiti: burocrazia, privilegio, ciarle e araldica

Signori benpensanti e signori giornalisti tutti, vobis nuntio crimen odiosum: il signor Rocco Greco si è sparato, è morto, perchè lui la mafia l’aveva combattuta davvero, senza chiacchiere e bandierine, e si era trovato messo sotto accusa proprio dall’antimafia professionale. Non solo sotto accusa: “sotto persecuzione”. Era stato costretto a ridimensionare l’azienda, a licenziare, a correre verso il fallimento perché lo Stato, al quale in verità della lotta alla mafia non importa pressoché nulla(pietoso tacere ultra…), lo aveva messo al bando e aveva stabilito che non poteva più concorrere agli appalti, sebbene scagionato da tutto: perché? Perché, insomma, comunque c’era sempre un Pm che non era del tutto convinto, o magari era anche convinto ma in passato qualche sospetto lo aveva avuto.
La parola è: persecuzione. E’ la parola più appropriata. Rocco Greco era perseguitato dallo Stato, dai prefetti, dal ministero dell’Interno e dal Tar. Lo hanno portato alla disperazione. Lo hanno rovinato. Forse per distrazione, per connivente indifferenza, forse per obbedire ai cliché dell’antimafiaprofessionale che ( è cosa risaputa) è l’antimafia più diffusa in Italia, la più inutile e dannosa, e anche la più amata dalla mafia vera.
La sensazione che un’epoca stia volgendo al termine: la difficoltà di gestire processi sempre più enormi e complicati, l’incubo di trovarsi alla mercé di opinioni pubbliche impazzite, e più oltre l’idea che va prendendo piede – esplicitata da Ezio Mauro in un recente corsivo – che il pilastro su cui regge il sistema economico occidentale, la democrazia, si riveli una creatura debole del Novecento, «adatta a regolare solo i momenti di crescita e distribuzione della ricchezza» ma che possa diventare, in anni di crisi troppo lunghi, agente di un caos imprevedibile e indecifrabile.
E Rocco Greco è un eroe. Sì, proprio così: un eroe. Senza se e senza ma. Gli eroi si contano sulla punta delle dita, nella storia e nella cronaca. Non tutte le vittime sono eroi. Gli eroi sono quelli che sacrificano se stessi e la loro vita, o comunque mettono in gioco la loro vita, consapevolmente, per un principio, per vincere una battaglia che non è solo una battaglia personale. Rocco Greco, a quel che sappiamo, si è ucciso per porre fine alla persecuzione e per salvare la sua azienda. La sua azienda era stata abbattuta dallo Stato, per suprema viltà, e lui ha provato a salvarla col suo coraggio. E si è ucciso, con cieco furore, per denunciare questo sistema assurdo e arrogante dei no e delle restrizioni (e così annoverato in una sorta di lista proscriptionis), del potere assoluto e incontrollato dello Stato, che si piega alla criminalità organizzata, per il tramite di “consigliori ” che pontificano, e, con la stessa caustica leggerezza, condannano, assolvono, scagionano, incastrano, innalzano da sé  monumenti al proprio lerciume. Solo i giornalisti più coraggiosi e onesti dicono che
Rocco è finito vittima dei pentiti, esattamente come successe quasi quarant’anni fa ad Enzo Tortora. Prima alcuni magistrati, poi i funzionari del ministero, hanno creduto a questi pentiti e grazie a loro, e in nome loro, hanno perseguitato il signor Greco fino alla morte.Questa schiera di persone che ha il coraggio delle idee, e per niente al mondo cambierebbe il suo stile di vita, non nutre grosse speranze che il sistema cambi: del che il sottoscritto, pur con uno sdegno che può sfociare nella rassegnazione, è fermamente convinto.
Jeff Qohélet