Giuseppe Fedeli

Opere letterarie


Guarda nell’abisso

ABSTRACT

(Lettere ad Alessio,

bellissimo bambino senza parole)

 

a Stefania e Benedetta,

mie ragioni

a chi mi donò il respiro

 

“Un libro deve frugare nelle ferite…” CIORAN

 

“E il miracolo è parola”… UNGARETTI

 

 

Un particolare tributo sento di dovere, a ciascuno secondo i propri mezzi e sensibilità,  al polytrepesPlinio Perilli, all’amico -prima che collega- Gaetano Mimola, e a Daniele Cristallini, pictor optimus. E’ anche merito loro se questa magica esulcerante avventura ha trovato compimento.

 

PREMESSA

 

Belli e pieni di sole i giorni della vita.

Raramente lunga, quasi sempre breve e fugace la bellezza.

Non sempre i giorni, però, recano gioia, non sempre sono scanditi da quella sana voglia di vivere che apre alle cose, ed è terra, aria, incoscienza, passione.

Spesso, anzi, portano con sé quel fardello insostenibile di sofferenza e ingratitudine, di uggia e ubbìe, che lasciano sbiaditi i colori meravigliosi del tramonto, offuscano il miracolo del sorgere del nuovo giorno, cancellano l’eco furtiva delle ultime risa.

Fogli gualciti di lacrime, riflessioni amare.

Rammarichi che alle volte si tramutano in rimorsi.

Il gioco della vita, questo puzzle inestricabile di bene e male, ci traghetta d’improvviso verso approdi impensati fino a un attimo prima, a rade di cui fino allora ignoravamo l’esistenza.

Le onde del mare ci sballottano qua e là, altre volte invece ci accarezzano, ci cullano in grembo, scandendo la litania dolcissima, da sempre ripetendo una verità eterna.

La vita, la felicità.

Petali di una rosa, bagnata di rugiada, che stilla umori adamantini, e nasconde ritrosa le sue tremende spine.

Noi ne contempliamo, pudichi e stranieri, l’irraggiungibile mistero.

Ma la rosa vera sta ben più lontano

 

*** ***

 

…quello smemorato andare, mano nella mano, tu che ti sporgevi oltre la balaustra che imprigionava il lago, proteggendone le anse, rapito da un sogno…quello sguardo di madre che intrepido combatte la partita del tempo, audace trasognato prima ancora di posare le stanche pupille…

A voler carezzare i ricordi, incalzano sempre più fitte le domande. Mute, le risposte vanno però oltre la gittata delle cose.

Papà, papà, un sogno insiste a scavarmi il seno, papà, portami dove il mare non finisce mai…a bordo della tua fiammante macchina, dentro ci ho costruito il mio mondo…

Furtiva si spegne l’eco di quell’inganno, il disco che le notti d’estate suonava –anche per te…- sui madori della pelle un gesto folle l’ha rotto, non suona più…

A filo di rasoio viaggiano i pensieri, baldanzosi saliamo e discendiamo in silenzio i tornanti e le piste dei luoghi cari, in un vai e vieni di emozioni a stento rattenute, sorta di appostamento “mobile” a malinconie in cerca di riscatto.

A gridare così forte, a momenti mi saltano le orecchie, ma quella gioia impossibile a dirsi è il comando che dà la direzione ai gesti, e voce alle parole, dà corpo alle intuizioni.

Qui dentro, poi, il grigio non è così grigio, le nuvole gravide di tempesta stanno per scoppiare, ma gentili accompagnano il nostro andare per altre piagge, senza rovesciarci addosso i loro umori. Via, verso casa…ancora una volta…

I troppi perché, quelle certezze impalpabili, impossibili, esule si fa strada un sorriso…

Il viaggio di ritorno, così diverso, così uguale a quello d’andata, ricamato degli stessi rimpianti, nostalgie refrattarie a guarire, condito di quei sapori, del profumo d’innocenza e di volontà caparbia, pregno di quegli estri e della meraviglia che il volto accenna, all’ombra di una mestizia che ti resta appiccicata addosso come un odore.

Le colline di casa fanno da contrappunto a un rinnovato stupore, ammiccano pudibondi i gesti…

Domani, un altro giorno, e poi domani, e tutti –anche tu- così uguali, così diversi da noi medesimi.

Le stesse cose, il letto grande, i tuoi respiri, i giochi. Ma punti di vista in fuga dall’usuale prospettiva.

Mi getti di colpo le braccia al collo, hai voglia di fare una capriola.

Mi conquisti, sbaragliando ogni mia resistenza.

Giuseppe Fedeli

   (il tuo Papà)

 

 

 

1

La nascita del vento

 

“…sua disianza vuol volar sanz’ali(…)”

E’ FESTA (Il bambino senza parole)

Chissà quanti visini gioiosi, stasera. Di bambini che fanno festa, perché hanno tagliato il traguardo, sono diventati degli ometti (o “signorine”), ormai è ora –passate le sospirate vacanze- di comprare l’abbecedario per scrivere e far di conto.

Tanti visini gioiosi, e tra questi il tuo.

Ma il tuo non è un sorriso largo, spensierato, perché quegli occhi belli fino all’impossibile sono venati di una tristezza ineffabile, e sprofondano nel blu del cielo. Fino a toccare l’infinito.

Gli stessi occhi che aveva tuo padre, che guardavano oltre la miseria di quello che ci è dato toccare.

Farai il girotondo –mano nella mano con la tua “maestrina”-, insieme  a quelli che per tre anni sono stati compagni di giochi, e con i quali hai diviso tanto del tuo prezioso, infungibile tempo.

Prenderai per mano anche loro, ed essi ti sogguarderanno, perché sanno che di qui a non molto li lascerai orfani della tua presenza. Del tuo inarrivabile sorriso, di quell’abisso che nessuno ha mai osato scandagliare.

Ti ricorderanno come il bambino senza parole, ma buono, bello, dagli occhi che dicevano molto più di quanto non si possa esprimere con simboli e suoni vocali.

Ricorderanno di te quel fare singolare, il tuo essere così diverso e per ciò stesso così meraviglioso, la pipì a una certa ora del giorno, il pasto consumato con assorta attenzione, il tuo volere evadere sempre e comunque da quelle quattro soffocanti mura, per respirare e godere l’aria e la libertà del volo.

Ricorderanno quell’angelo senz’ali, che oggi non indosserà il cappellino da remigino, ma continuerà solo e con altri compagni di ventura a rincorrere le nuvole, a seguire le misteriose trame delle rondini, a cercare di capire perché quel filo d’erba e non un altro.

La gioia, oggi, sarà probabilmente degli altri, non ti apparterrà.

Ma tu sai che quell’infinito che abita dentro i tuoi occhi non trova spazio in altri che in te.

Nessuno potrà mai capirlo fino in fondo. Soltanto a pochi sarà dato leggere in filigrana le coordinate segrete e meravigliose del tuo mondo, del tuo essere, delle tue “diversioni” dalla banale, scontata “normalità”.

Io sono uno fra quei pochi.

 

VELENO DI DOLCEZZA

                                                           “(…)un poeta riaccenderà/la fiamma dell’amore”(S. Raffo)

 

Il cielo negli occhi, quegli occhi schermati dagli occhialini azzurri, e d’un balzo, correndo con quell’andatura che da sempre ti connota, sei tra le mie braccia.

Che c’importa se gli “altri” non ci capiscono, bambino mio, se ci stanno a guardare attoniti e ammutoliti, quasi fossimo degli alieni. Non ci tocca.

Nessuno tranne noi ha la chiave per entrare in Paradiso.

L’amore è un fatto dolcissimo, un po’ misterioso, scriveva il poeta Bigongiari, scaltro avamposto di se stesso.

Un po’ crudele, sparge miele o fiele?

Mi hai abbracciato e ci siamo baciati come amanti amati, innamorati l’uno dell’altro, così teneri, così uguali, così tremendamente vivi.

Tremendi nella loro diversità, dolcissimi nel sembiante degli occhi…

Dovessero abbattersi tempeste e impeti, sopraggiungere assalti e burrasche d’ogni dove, come gli scrigni pieni di lacrime di dickinsoniana memoria quest’attimo d’estasi mi ripagherebbe di tutto, delle spine acuminate confitte nell’anima, dei chiodi che sanguinano sulle mani e sul costato nudi e indifesi.

Veleno d’impagabile dolcezza, come il poeta, non so altro.

 

TU CHE MI CHIAMAVI

                                                                     «…io ci sarò, negli occhi di chi ancora ti amerà…nel tuo respiro…”

 

So che ci sei. Sempre.

Nelle notti senza palpiti, nello stupore delle prime luci, nei miei silenzi.

Scruti i miei passi e le mie lacrime con quella dolcezza silenziosa che ogni madre sogna di custodire nel suo cuore. Telepaticamente segni i miei tragitti, lasciandomi quella libertà, che è vessillo di un’educazione improntata al rispetto della persona e delle sue inclinazioni. Trascendentalmente.

Trasversale obliquo tenero sguardo sulle cose, stanotte in sogno ho visitato i luoghi dell’infanzia. Il giardino, l’aia della casa avita, i nonni risuscitati al soffio di un’ala…tu che mi chiamavi, senza voce…

Forse, sicuramente la dimensione a me più cara, congeniale, il crogiolo delle emozioni e delle fitte al cuore e all’anima. Volevo restare, sapevo di dimorare in un altro luogo, e nel sonno mi giravo e rigiravo, turbato…

Diceva una fiaba che i sogni son desideri di felicità. Chissà se i luoghi sognati ubbidiscono a questo codice.

Madre, adesso sono qui con tutte le incertezze, gli smarrimenti, le gioie e le asprezze della vita. Il bagaglio l’ho portato dietro, con dentro stivate storie lacrime sorrisi. Effemeridi di una parabola che via via prende vorticosamente a scendere, come la bicicletta dell’adolescenza cui venivano sabotati i freni per provare il brivido…

…seguir con gli occhi un airone e poi…ritrovarsi a volare…

La vita, impietosa, ci porta a spiagge diverse, necessarie. Forse non volute, mandate. Decretate.

So però che tu sei sempre lì, nel tuo cantuccio, che deliri d’amore. Non ti racconterò nulla, perché la tua sensibilità non abbia a risentirne. Basta niente, un battito di ciglia a precipitarci nel baratro dell’angoscia. Ma gli altri –per fortuna loro…-non lo sanno.

O forse fingono di non sapere.

Ti vedo di là delle montagne immacolate di neve caduta dalle stelle che guardi oltre i vetri, spaziando a un infinito che solo alle anime pure è dato sfiorare.

Quali segreti orribili esaltanti, quanti misteri innominabili meravigliosi nascondono i suoi abissi…

Ti vedo quindi alzarti dalla seggiola all’angolo della cucina, che ti appresti a sbrigare le faccende di casa, gli occhi assorti in quella realtà che trasumana le cose, mettendole a nudo con dolce spietatezza.

Guardi ancora l’alba, ti fermi a parlare con le ombre. Un colloquio intimo, lacerante, in cui a nessuno –forse- è concesso entrare.

Sai quello che sto facendo, raccogli nelle tue mani le mie lacrime salate, senti echeggiare nella conchiglia del cuore le risa e i pianti dei tuoi adorati nipotini…chissà che ne sarà di voi, ti domandi…vorrei averti qui, sospiro dei miei giorni…

Meglio non ricordare, scacciare i fantasmi crudeli della mente.

Ritorni alla realtà, con davanti alle pupille il film della vita, fatto di immagini spezzate, ricordi, rimpianti. Quel film finirà con te, con noi, ma nemmeno tanto, perché attraverserà le barriere del tempo, per ergersi a storia scolpita dentro le categorie del non caduco, di ciò che non ha inizio né fine.

Una telefonata, per sentirmi. Per sentirti. Non preoccuparti, figlio mio…Non ti dico tutto, non ti dirò niente, madre…

Ma tu sai, ugualmente. L’angelo della sera, messaggero di Dio, ti porta sulle ali del sogno immagini di vita vicina, lontana, di là dei monti, trasfigurate in una dimensione di Luce e d’Amore. Delicatamente, per non offenderti, e non farti male.

Tu ci credi alla vividezza di quelle scene. O fai finta. Tanto sai tutto. Ma non sollevi il velo che copre le cose, il velo di Maya…

Il segreto va serbato dolorosamente nel cuore, e le lacrime versate dentro, silenziosamente. Dentro quello scrigno che contiene tutti i tesori della terra e più, gli occhi i sorrisi gli sguardi. Tristi gioiosi innamorati di una ragione. Di vivere e durare, oltre le distanze, oltre il tempo

Tuo per sempre P.

 

 

MERAVIGLIOSO                                       

                                                                                                     “…et je m’en vait, au vent…”(P. Verlaine)

 

Meraviglioso, struggente. C’erano tutti, ad aspettarti, ad aspettare il tuo sorriso, i  tuoi silenzi, l’eloquenza del tuo sguardo. L’immensità della tua presenza. Tutti, non mancava nessuno.

Ti hanno salutato in festa, come se a serrare le file ci fossi anche tu, col cappellino da Popoff e il giubbotto per non prendere freddo, ché poi il raffreddore ti costringerebbe per troppo tempo dentro le mura di casa.

Alessio!…Alessio!…

Il miracolo della vita. Di questa vita che scorre grigia sui binari della banalità e della scontatezza, delle coazioni a ripetere e del dover fare. Stretta tra rigido determinismo e patetici conati di libertà.

I bambini sono invece, essi sì, liberi, di fare, cantare, amare. Sognare.

E tu per loro sei ancora il Sogno, quel dolce segreto che ti porti dentro continua a interrogarli intrigandoli, è il canto delle sirene cui nessuno può resistere.

Cupio dissolvi in una dimensione dove il sole splende sulla terra allietata dai fiori e dal sorriso degli animali, e l’uomo è amico al fratello, sodale, complice. Vicino, in ogni difficoltà , nella gioia e nei momenti difficili.

Alessio!…

Mi ha folgorato questo richiamo, anche se sapevo che così sarebbe stato, conosco troppo bene la tua “grandezza”, bambino mio, che tocco con mano giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo.

Quello sguardo che “buca” le cose, che ammutoliscono anch’esse, struggendosi.

Conosco per averlo visto nel tuo habitat, la scuola, dove sei sempre il “reginetto” della classe, che non appena mette piede nell’aula viene letteralmente travolto dai compagnetti, che fanno a gara a chi per primo può buttarti le braccia al collo, abbracciandoti con affetto.

La pellicola della vita gira, e girerà ancora, a Dio piacendo, e porterà impresse per sempre queste istantanee. La memoria, che non è un morire cotidie, ma, come voleva Seneca, viva e presente. Perché prodromica, inizio di un nuovo tempo, senza cesure di sorta. Perché processo in divenire, che parte da un sorriso per estuare negli spazi infiniti.

 

C’è un altro tempo

amore

dentro di te,

nel tuo essere

ed esserci.

Bambino

quel tuo sorriso misterioso

silenzioso nel dire

mistico nei trasalimenti

sagace nelle “scoperte”

donalo anche a me,

quel valore aggiunto di fanciullezza

che pure

da sempre

mi porto dentro come un dolce

impenitente

misterioso sorriso

latore di spietate

disarmate verità

 

CIAO

…Ti ricorderò Tu sarai per me / la canzone più bella…(C. Buarque).

 

Ciao. Ciao a te, al mondo, ciao agli uccelli del cielo, ciao ai gigli del campo.

Ciao alla tristezza, ciao alla gioia, ciao ai teoremi del pensiero, alle regole ed alle coazioni…

Ciao, sono libero, vado dove voglio, mi piace andare là, e senz’indugio ci vado, voglio concedermi una passeggiata alla carezza del sole, e…ciao mamma, ci vediamo poi…

Avverrà, tra breve, o anche più in là, non dartene cura.

Intanto, ti sei staccato da te, e dall’altro, con un gesto ammiccante di grazia e risolutezza.

Ciao, la manina non ancora salda nella postura, ma vessillo inalberato alla vittoria.

Schiudi piano le dita, e come in un romanzo di Kundera rifà il gesto di quel saluto, il segno della tua caleidoscopica anima, quest’essere così silenzioso ma sagace, veggente. Al ralenty, se possibile.

Sì che tutto alberi mare occhi sole luna stelle possa centrarsi attorno alla tua soave candida presenza.

Ciao, delizia e croce di tante innumerabili ore.

Il respiro si mozza, si vorrebbe tutti fermare quell’attimo. Un’istantanea in penombra ma gigantesca, che è passato, è passato, ma anche Eterno.

Per il replay non c’è fretta.

Aspetterò, come tante volte ti ho aspettato.

E magari così, quando uno meno se l’aspetta, tra l’aroma del caffè che brontola e la chiaria del primo mattino, stiracchiandoti pigro tra il cuscino stropicciato e l’incavo del materasso, al mio buongiorno rifarai quel gesto allusivo e sornione, segno che sei di là del “fosso”.

Io lo vedrò al rallentatore, e ogni attimo sarà un dolore orgasmico, una fitta indicibile d’estasi al cuore.

Quel gesto non finirà mai dentro gli abissi della mia anima.

E non ci sarà bisogno di ripeterlo ancora una volta.

Il play del registratore è rimasto schiacciato.

Almeno fin quando tu lo vorrai.

 

APOLOGIA DELLA POPO’

Ascolta: se tutti devono soffrire per acquistare con la sofferenza l’eterna ar                                                                        monia, che c’entrano qui i bambini?” (F. M. Dostoevskij)

 

 

Flamboyant, tattarattatarattà! Scoppiettante, la popò sul vasetto!!!

Sei riuscito finalmente a liberarti di quella “cosa” che non volevi buttar via, per l’Amor del Cielo, era tutta tua, anch’essa parte del tuo mondo, aperto a timidi spiragli verso l’esterno. Finita l’ossessione, almeno per chi giorno dopo giorno, ora dopo ora ti ha guidato lungo questo percorso asprissimo fatto di speranze e ricadute nel baratro cieco della disillusione e della disfatta. Ma alla fine l’angelo ha vinto, tu in parte, perché per te quello degli sfinteri è stato ed è ancora un gioco. Gioco divertente, curioso, dallo – a  – me – che – lo – do – a – te, apri-chiudi dominando ormai la “materia”. Padrone, ne fai quello che vuoi. Le lacrime che hai versato nell’incertezza di un addio hanno riempito di dolce balsamo gli abissi spaventosi del tuo io, fino a dolcemente lasciarti lambire come acque di un Lete amico, complice, ristoratore. I dubbi, le piccole residue perplessità che ti colgono le sciogli in un battibaleno tuffandoti tra le braccia della mamma, l’angelo che alle domande mute puntualmente, meravigliosamente assente. Sì, vai, è ora. Fatta!!!

Adesso il tragitto è spianato verso la conquista delle conquiste: la parola. Evento misterico, sacrale, iniziatico. Lontano o vicino nel tempo non possiamo saperlo. Ek-stasis, uscire fuori di sé, tirarsene fuori. E lo stupore, insegna Schelling, è il trauma della ragione di fronte all’esistenza, ma insieme anche l’unico accesso all’esistenza di cui quella può disporre. L’Universo, il Tutto, l’io narcissico o l’altro da sé. O forse il Niente, perché i tuoi silenzi incarnano già l’Essere, trasumanando in Senso.

Ma il mondo ha bisogno di te, delle tue stravaganti follie, dei tuoi giochi bizzarri, delle arcane sciarade. Non lasciarlo orbo d’una ricchezza, saremmo tutti più poveri. Provaci, allora, pian pianino, nessuno ti correrà dietro quasi fosse una staffetta ad ostacoli. Ancora una volta ti prenderemo per mano, mostrandoti (o forse illudendoti) che lì fuori non tutto è poi così brutto, sporco, cattivo. D’altronde, se non gettiamo una “mano” di purezza sulle cose, verniciandole di fiori, dove andremo, dove andremo mai a finire…? E tu sei la purezza, l’intelligenza, il segreto infinito delle cose.

Ti è rimasto poco…un piccolo sforzo, per te, immagino, immane, piangi, se vuoi, rompi tutto, prenditela con chi ti pare, ma spezza le sbarre del destino, liberandoti di quest’ennesima “deiezione”.

Da quell’orifizio succoso e candido che è la tua bocca sbocceranno magnifici solo fiori, un mare d’erba, musica d’angeli.

Il cuore di papà

P.S.

Sentivo dire un giorno che la vita è una guerra fatte di battaglie, che bisogna vincere una dopo l’altra, fino alla conquista della Verità. Perché vincere subito la guerra sarebbe troppo banale, soprattutto se a decidere le sorti è la Singolarità

 

TRE (per il compleanno di Benedetta)

…un’estasi di fiori…

 

Tre, lo sai, piccolina mia?

Tre come tre sono le Persone della Luce, tre come le Creature della Sorte.

Tre come il numero perfetto dell’Unione Ipostatica, tre come il numero primo che non finisce mai di affabulare, affascinare, sconcertare. Soprattutto menti folli come la mia.

Ricordo la prima volta che ti strinsi a me, fuscello alla sferza del vento…

Non sei ancora in grado di indicarlo bene con le dita.

E tutto quello che sin qui ho detto ti è estraneo.

Tu sei la purezza, l’incondizionata fremente verginità delle cose.

Ma quel numero lo porti dentro come un segreto fantastico, come porti dentro il tuo fantastico roboante indisciplinabile modo d’essere, quel fare impertinente impudente che provoca allo stremo e insieme disarma con la maliosa dolcezza degli occhi.

Volitiva prepotente immensa canaglia mia, ti amo.

Amo le tue bizzarrie, amo –nonostante tutto- i tuoi provocatori no, ti amo per quello che sei.

Perché sei.

P.S.

Vedi piuttosto di stare vicino al fratellone, siete una delle meraviglie al mondo. Insieme, lo sento forte, riscriverete lo statuto della vita, la geografia del cuore, aprendo al sorriso le ombre della sera.

Tre e… (anche se la rima non è perfettamente baciata e anche un po’ scontata…) lasciatelo dire ugualmente:

un mare di baci e mille auguri a te,

pétite ange.

 

 

RESTA CU’ MME (alla suocera)

…resta cu’ mme….nun me lassà…

 

Gli occhi dicono ancora la passata bellezza, sfiorita dalle vicissitudini di questa ingiusta vita, ma vi trapela una stanchezza senza confini, una resa ormai imbelle al destino e ai suoi inappellabili decreti.

Sempre la stessa canzone, menare la giornata, alzarsi di buon mattino e ammazzarsi di fatica.

Per chi faccio tutto questo? Forse per un mio tornaconto personale? Per i figli? Ma ormai sono cresciuti, hanno ciascuno una famiglia, e comunque una vita da spendere come più gli aggrada…

No, in verità lo fai per tutti, per la mamma ormai non più in sé, per chi ha scelto di dividere con te, nel bene e nel male, la sua grama sorte, per i nipotini che hai la fortuna di avere sempre vicino a te.

In verità fai tutto questo per amore e con amore. Nessuno ti comanda niente, sei tu che, per una nativa vocazione ad amare, hai deciso d’immolare la tua fragile declinante esistenza a totale servizio del prossimo.

Casa è come una trincea, ci si leva al mattino senza sapere quello che oggi ci toccherà in sorte, talvolta è una lotta cieca e furibonda, che apparentemente non conduce a nulla fuorché a momenti di comprensibile disperazione. Poi ci si rialza, ci si lecca le ferite, e si riprende il mestiere di vivere.

Tante volte hai detto che te ne vorresti andare, anzi vorresti sparire da tutto e da tutti, ma non lo farai mai.

Perché sei legata mani e piedi alla tua “casa”, a quel focolare che pare avere spento ogni ardore di speranza e certezza.

Tanti i guai, troppi i dolori, i lancinanti perché.

Non ne posso più, il mio fisico ormai è allo stremo, anche la mia resistenza psicologica è alle corde.

Pure resisti, massiccia, eroica, unica. Con tutti i pregi e i difetti di una donna che una inscrutabile sorte ha severamente giudicato.

No, non andrai mai lontano più di quattro passi da queste sudate dolorose mura.

Continuerai ad accudire notte e giorno chi, vuoi per decisione che trascende l’umano volere, vuoi per scelta consumata all’ombra di più ridenti promesse, fa parte in ogni sua fibra della tua consumata esistenza.

La palestra del dolore non attende redenzioni, né pretende risarcimenti.

Anzi, li pretende, ma alla fine capisci che la Verità, per insostenibile atroce brutale che sia sta tutta lì, invariabilmente, ineluttabilmente.

E allora Benedetta, Pietro, la mamma, la figlia vicina, Alessio, il tuo Alessio, e l’Angelo volato via dal tuo troppo amore sono la giostra che ti gira e continuerà a suonare intorno a te la dolente indispensabile dolcissima canzone della sera.

 

TEMPO DILATATO

 

…tempo dilatato

            ottunde lo spazio

(c’è qualcuno di là…?)

embricato

a parvenze d’ombre.

Specchio distorto

– eco remota

che il volto da sé

Carne dell’anima

la Verità

            -…franta inaccessibile…

a obliare finitudini

 

 

ALESSIO & BENEDETTA

…oltre le sillabe che si confondono…

 

C’è il mare intorno a noi che ride pieno di sole, la notte si leva la luna bianca e si strugge nella nera distesa liquida, mandando barbagli e tentandone i segreti.

Alessio e Benedetta. Due bambini ognuno a modo suo splendidi, l’uno diverso dall’altra per caratterialità e spirito. Ma tutti e due dolcissimi.

Tu bambina saputa e vezzosa abbracci il fratellino, gli dai mille bacini, gli dici “cucciolo mio adorato, tesoro”. Adorabile come ogni bimbo.

Lui ti osserva con quegli occhioni che trafiggono, profondi come il mare. Non dice nulla, ma manifesta la sua gratitudine dagli abissi del suo sguardo.

Benedetta gioca sul bagnasciuga con le sue tenere coetanee, giocano a fare il castello (“Oh che bel castello…”), a tirarsi le une le altre la sabbia per il gusto d’inzaccherarsi le mani e il viso soprattutto. Che meraviglia.

Alessio se ne torna in camera con la mamma, tra poco è ora di mangiare, saluta battendo come di consueto “cinque”. Porge la guancia per il bacino.

Attenta Benedetta a non bagnarti il costumino. Ma fa lo stesso, ritieniti libera di fare quel che più ti piace, “stato soave, stagion lieta è cotesta”. Nei tuoi occhi indovino il mare, e oltre le nuvole, e più su ancora il cielo, e…

La sera prima di fare la nanna reciti la preghierina: “Gesù Bambino, fai parlare Alessio”. Troppo bello per essere vero.

Adorati cuccioli, adorabili come siete.

La sabbia oggi è rovente, a fuoco di sole rotea il mondo, la canicola disarma anche il pensiero. […]