Giuseppe Fedeli

Non solo diritto


In memoria di Massimo Pallotti

 

Dissipa le mie tenebre e ti sarà più facile darmi quegli insegnamenti a cui sono già preparato”(dalla lettera 49 di Seneca a Lucilio).

Non ti conoscevo, forse di vista. E come a chiunque altro, incrociandoti, ti avrei detto: “Guarda il mare, avvertine il respiro segreto, quel pulsare dagli abissi che dà l’immagine dell’immensità di chi dirige quest’orchestra mirabile, che è la vita. Guarda a ritroso il tuo passato, parla di te e di chi perpetuerà la tua memoria. Accarezza chi ami, sempre e senza mai risparmiarti. Da’ luce e spazio al sentimento. Ma, soprattutto, memore d’una saggezza senza tempo, vivi come se la tua vita avesse termine stanotte, al tiepido coricarti”. Ma tu eri così, e il tuo destino si è inverato in queste ultime parole. Scrivevi nel vento, cantavi il vento, sbozzandone la materia. Nelle brezze leggere della sera, nei crepuscoli screziati di settembre, nei lucori evanescenti dell’alba. Scrivevi, tracciavi linee sottili sul marmo, immortalandovi i pensieri. Le intuizioni, le folgorazioni, il commosso sentire che spaziava dalla vista della siepe brinata all’affacciarsi al davanzale e delle lame di luce che, pudiche, dalle persiane trafiggevano la tua silenziosa stanza, alla maestà delle montagne laccate di neve, all’immenso del cielo, all’azzurro del mare incendiato dagli ultimi fuochi del tramonto. Ma troppe cose chiede la vita ai suoi figli, e pare che per taluno quelle che il fertile pensiero greco chiamava le Parche si accaniscano ancor più a tessere l’ordito del destino, per poi reciderlo di netto. Senza sconti e con pochi risarcimenti, se non la grazia di quegli attimi in cui questa strana quanto indecifrabile avventura ci strizza l’occhiolino, per poi ributtarci torva nel caso, in quel crepaccio i cui unici appigli sono la Provvidenza e quel sorriso pietoso condiscendente, che di carne e d’anima fu concepito. Ma è il caso o la Provvidenza a decretare il tracciato dell’uomo? Strampalata quanto crudele la vita, t’inchioda con le spalle al muro quando meno te l’aspetti. Ti corteggia, ti blandisce, t’illude, per poi sferrare l’ultimo, micidiale colpo. E così, passata in un soffio questa parabola dolceamara, gioiosa esaltante quanto capricciosa e impudente, con recita a soggetto e un finale già scritto, spento questo flatus vocis, ci eternerà nel ricordo la memoria che, pietosa, qualcuno vorrà cullare in grembo. Ammonivano i latini: “Utere praesenti, memor ultimae”: godi del tempo presente, memore della fine, della caducità dei giorni… Vissuti e immagini che restano testimoni del passaggio su questi labili sentieri di un respiro, di una voce che grida nel deserto per farsi d’un sùbito figura di un muto, lancinante dolore, un sorriso dolente, a dire che nella vita non altro ci è dato, che sognare.

Giuseppe Fedeli, alias Jeff Qohelet