Giuseppe Fedeli

Opere letterarie


La moda specchio del nichilismo

Moda: comportamento variabile nel tempo che riguarda i modi del vivere, le usanze, l’abbigliamento; modello di comportamento imposto da individui o gruppi di prestigio o da creatori di stile. SIN voga, costume; estens.:l’insieme di tutto ciò che riguarda l’abbigliamento, dall’industria ai capi prodotti”: questa la definizione data dal Sabatini-Colletti. “(…)moda e tecnica, sicurezza e potere, e ancora mercato, crescita economica, nuove tecnologie…Sono i miti del nostro tempo, le idee che più di altre ci pervadono e ci plasmano come individui e come società. Quelle che la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa propongono come valori e impongono come pratiche sociali, fornendo loro un linguaggio che le rende appetibili e desiderabili. I miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel profondo della nostra anima. Sono idee che noi abbiamo mitizzato perché non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano. Eppure occorre risvegliarsi dalla quiete apparente delle nostre idee mitizzate, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo” (così Galimberti ne “I miti del nostro tempo”). Prendendo spunto da queste riflessioni, constatiamo giorno dopo giorno come il Moloch “moda” divori nel suo effimero passare se stesso, in un circolo vizioso (“virtuoso” per chi ne lucra) che si autorigenera ad ogni “passaggio di consegne”. In altri termini, quando, ad esempio, un capo è decretato alla moda, è già in agguato, qui e ora, a spazzare via modi e mode, altro trend. È la spietata quanto mefistofelica legge del mercato, che abbaglia i fruitori per “comunicargli” subito dopo- tornando all’esempio precedente-, in un meccanismo perverso di autofagocitazione. che il capo acquistato è già obsoleto, più vecchio di un pc 486. Si crea così presso il target (specie i giovani) un flusso di coscienza inarrestabile quanto subdolo, vale a dire la brama inappagabile di far proprio quello che, nello spazio di un attimo, ha scavalcato “l’attuale”: pena l’estromissione dal gruppo dei fashioned. Sono la grancassa pubblicitaria, la mitizzazione e la relativa risonanza a livello subliminale a persuadere a tanto, che cioè quanto acquistato è “ferro vecchio”, da buttare, nell’illusione di esaudire il desiderio attraverso una coazione a ripetere senza fine. Attraverso una lettura di Roland Barthes (che in vita, tra le altre occupazioni, si dedicò allo studio delle relazioni esistenti tra i miti e i feticci della realtà contemporanea e le istituzioni sociali), è possibile vedere alla luce del sole il luogo per antonomasia in cui si consuma l’estasi contemporanea della novità: la moda è dunque essenzialmente nichilistica nella sua essenza, poiché per esistere deve negare se stessa. A rischio c’ è dunque l’identità che vive della continuità fra presente e passato, sicché la moda trae alimento dalla dialettica fra apparenza e sparizione del corpo, dal fascino che esercita imponendoci un eterno presente in cui però la nostra individualità pare dissolversi (non essere), esattamente come si dissolvono una dopo l’altro i suoi prodotti. Tutto ciò è figlio del culto di un’intelligenza standardizzata, di un modello dirigista, che volutamente dimentica che quel che più conta è “l’inclinazione” vale a dire ciò che ci detta il daimon, non quella ”intelligenza convergente” che è versata in tutto, flessibile e che viene idolatrata culturalmente: deve cioè imporsi un pensiero “cosciente”, una visione laterale, una resilienza a una virata di rotta sciagurata. Subito, senza indugi.