Giuseppe Fedeli

Non solo diritto


Le responsabilità della scuola e il ritorno al “nido”

 

Posto che, sotto il profilo civile, nel caso in cui un soggetto incapace di intendere e di volere provochi un danno, il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sua sorveglianza e gli insegnanti, anche di un mestiere o un’arte, sono responsabili per il danno provocato dal fatto illecito dei loro alunni e apprendisti quando questi si trovano “sotto la loro vigilanza” [Art. 2047 e 2048 cod. civ.], la responsabilità viene meno solo laddove il soggetto tenuto alla vigilanza provi di non aver potuto impedire il fatto, ossia dimostri che, nonostante abbia sorvegliato l’alunno con la diligenza atta ad impedire il fatto, l’evento sia stato talmente repentino e imprevedibile da non aver consentito un intervento efficace e immediato [Cfr. Cass. sent. n. 6331/98 e sent. n. 4945/93]. Sotto il binubo profilo della responsabilità penale, l’omessa sorveglianza su un minore o una persona incapace da parte di chiunque sia tenuto alla sua vigilanza può integrare gli estremi del reato di abbandono (Art. 591 cod. pen.). Un vero e proprio vespaio ha avuto origine dalla sentenza della Corte di Cassazione (n. 21593 del 19.09.2017), che ha affermato la responsabilità della scuola per l’infortunio mortale occorso ad un bambino di 11 anni investito da un autobus all’uscita da scuola. Tanto che dall’evento è nata una circolare che, in molte scuole italiane, ha vietato agli alunni minori di 14 anni di tornare a casa da soli dopo il suono dell’ultima campanella. Cerchiamo di fare chiarezza, ovvero di analizzare quel che la sentenza, che ha reso viepiù attuale la quaestio, ha sancito.

Gli Ermellini, dopo avere richiamato quanto espressamente disposto dal Regolamento d’istituto, hanno affermato: «… a carico del personale scolastico (corre) l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandano al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto ritardino». E aggiunge: «Sulla scorta di quanto prescritto nel richiamato regolamento scolastico (…) l’attività di vigilanza della quale l’amministrazione scolastica era onerata non avrebbe dovuto arrestarsi fino a quando gli alunni dell’istituto non venivano presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto».

Il testo citato coglie due aspetti fondamentali della questione:

il dovere di vigilanza sorge, di norma, nel momento in cui gli alunni entrano a scuola e cessa quando gli stessi abbandonano la struttura scolastica, per venire riaffidati ai genitori o a soggetti maggiorenni da essi delegati;
– il personale scolastico è tenuto a una particolare doverosità, nche in forza di una specifica prescrizione regolamentare; doverosità che si iscrive nel più generale e consolidato obbligo di vigilanza.

E così ha fatto il Ministro (recte, la minestra) Valeria Fedeli (horribile auditu!…), creando il prevedibile caos. Salvo poi fare un passo indietro –sempre secondo protocollo: anche se, stanti gli allori di cui è costellato il suo curriculum studiorum, sussistono seri e validi motivi per dubitare che costei conosca il significato del vocabolo…

Si è infatti ritenuto possibile superare la situazione di impasse ,utilizzando dal rientro dalle vacanze natalizie le cosiddette “liberatorie“, ovvero autorizzazioni dei genitori per il rientro a casa dei figli da soli e la contestuale dichiarazione di esonero da responsabilità della amministrazione scolastica per eventuali danni subiti dagli alunni nel tragitto di ritorno.

A tal proposito, in totale assenza di specifica previsione normativa, l’avvocatura dello Stato [Cfr. parere Avvocatura dello Stato di Bologna del 4 dicembre 2000, n. 21200] – interrogata in merito ai confini giuridici dell’obbligo di vigilanza sugli alunni in occasione dell’uscita degli stessi al termine delle attività scolastiche – ha negato valore a qualsivoglia regolamento interno di questo tipo.

Nel dettaglio, l’avvocatura ha ribadito che tali liberatorie, anziché escludere la responsabilità della scuola , costituirebbero – al contrario – prova della consapevolezza, da parte dell’istituto scolastico, di detta modalità di uscita dei minori da scuola, con conseguente implicita ammissione – ove venga intrapresa una causa di risarcimento – di omessa vigilanza sugli allievi.

La prova liberatoria non si limita, è noto, alla dimostrazione di non aver potuto impedire il fatto, ma si estende alla quella di aver preventivamente adottato tutte le misure organizzative atte a scongiurarlo (una sole voce fuori dal coro: la Corte di Cassazione nella sentenza n. 3074 del 30/03/1999 sostiene che la prova liberatoria non si limita solamente alla dimostrazione di non aver potuto impedire il fatto, ma si estende a quella di aver preventivamente adottato tutte le misure organizzative idonee ad evitarlo; pertanto un regolamento scolastico che preveda la liberatoria da parte dei genitori potrebbe essere considerata una misura preventiva idonea].

Vi è, infine , una terza e possibile soluzione al problema suggerita dal Pubblico Tutore del Minori del Friuli Venezia Giulia.

Il Tutore, dopo aver sottolineato come le “liberatorie” rilasciate dalle famiglie non hanno alcun valore giuridico, fa presente che impedire, sempre e comunque, il ritorno a casa da soli degli alunni rischia di conseguire due negatività:

porre in atto una visione custodialistica della scuola, vale a dire un luogo che esiste per il diritto solo ed unicamente se impedisce o evita situazioni di danno agli alunni;
– non consente a ciascun alunno la graduale acquisizione di una autonomia personale e sociale.

Ciò premesso, il Tutore propone un diversa istanza delle famiglie alla scuola, in cui le stesse dichiarano:

che la richiesta non è certo finalizzata “all’abbandono” del figlio in una situazione di pericolo, ma intesa a permettere la piena realizzazione della personalità dello stesso per il tramite di una maggiore autonomia, in un contesto ambientale adeguato alla sua effettiva maturità;
– di essere consapevoli che, durante l’orario extrascolastico, la vigilanza ricade “in toto” sulla famiglia stessa;
– di essere impossibilitate a garantire – all’uscita da scuola – la presenza di un genitore o di altra persona maggiorenne delegata;

– che il figlio, ancorché minorenne, è stato adeguatamente allenato a percorrere il tragitto scuola-casa, oltre che opportunamente sensibilizzato a porre in atto diligenti azioni comportamentali;
– che il percorso scuola-casa non presenta aspetti e profili di particolare pericolosità, con specifico riferimento alla tipologia delle strade e al traffico.

È dunque sulla base delle predette dichiarazioni, unitamente alla soggettiva valutazione di altri fattori (quali, ad esempio, l’ubicazione della scuola, l’entità del traffico, la lontananza dell’abitazione dell’alunno, l’età, le condizioni di salute, il comportamento scolastico e la maturità psico-fisica dell’alunno, ecc…) che il dirigente scolastico potrà accedere o meno, in maniera consapevole e fondata, alle richieste dei genitori.

Se è vero che i nostri figli non debbono essere messi a parte più di tanto dei profili giuridici della vicenda, tuttavia, rimbalzati da un guizzo di (conquistata) autonomia a una coattività da “bimbo-minchia” (definizione tipica dello slang giovanilistico), si saranno come minimo domandati a quale finalità risponde questo ping-pong, questo delirio di consegne (oggi ti va a prendere papà, domani la mamma di Giovanni, e dopodomani…ma venerdì?…). Alla faccia della ricerca condotta, alcuni anni fa, la “Children’s Indipendent Mobility in Italy”, posta in essere dal Consiglio Nazionale delle Ricerche per il Policity Studies institute dell’Università di Westminister con la collaborazione dell’Italia, della Germania e di altri 15 Paesi, ha evidenziato che favorire l’autonomia di spostamento dei più piccoli si rifletta in maniera positiva sul loro sviluppo psico-fisico, perché contribuisce a:

  • Far acquisire loro maggior capacità di autostima e di sicurezza in sé
  • Prevenire il sovrappeso
  • Rafforzare le relazioni con gli abitanti del quartiere
  • Aumentare lo sviluppo del senso di identità e di responsabilità
  • Aiutare a ridurre il senso di solitudine che affligge il periodo adolescenziale

E s’ardisce disputare ancora di certezza del diritto…