Giuseppe Fedeli

Opere letterarie


Quali colombe dal disio chiamate

Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo / rende a la terra tutte le sue spoglie…

(Inf. XXXI, 67-69)

L’ampio ricorso alle similitudini rappresenta una delle tante novità di Dante, che- chiosava il compianto dantista Ignazio Baldelli- per l’Alighieri è «un modo fondamentale del discorso poetico, non solo e non tanto per quantità, quanto per la sua realtà intensamente contestuale, per il suo svilupparsi in maniera simbiotica con gli altri elementi del canto o dell’episodio: una similitudine insomma non esornativa ma “necessaria”». È vero che la Divina Commedia “è un’unità salda e perentoria dal centro al cerchio, senza margini capaci di vita a sé stante”. Ma è del pari vero che le similitudini ormai “si sono rivelate alla critica come brani testuali privilegiati, dove la polisemia del discorso dantesco raggiunge il suo culmine: nodi di significazioni e di significati che portano in sé il contenuto tematico e formale in cui si rivela il progetto narrativo immediato, canto o episodio che sia. Ancor più, spesso similitudini e immagini si pongono come i nodi di trama che reggono e su cui si modellano dinamicamente i molteplici fili della narrazione dantesca nella sua globalità, una sorta di punto prospettico da cui si intravede il testo, la sua ‘forma generale’ e il suo significato complessivo” (così la Ferretti Cuomo). Le similitudini dantesche si dispiegano in un ventaglio estremamente ampio e differenziato, quanto a distribuzione, struttura, rapporto tra primo e secondo termine. La distribuzione varia da cantica a cantica, e s’intensifica nel Paradiso, il luogo dell’indicibile, dove “significar per verba non si porìa”. Dante non conosce limiti alla sua ideazione: se in molti casi si riconoscono precise fonti classiche, altre volte è in primo piano un’oscura esperienza biografica o persino un aneddoto. Oltre alla varietà dei secondi termini (o figuranti), c’è da sottolineare quella dei primi termini (o figurati). Frequentemente è in gioco una scena osservata da Dante. Ma talvolta il figurato è l’io del poeta-pellegrino, nei suoi momenti di paura e nella sua precarietà, raffigurato sovente come un bambino (un «fantolin», un «fantin», un «parvol») bisognoso della protezione materna, cioè di Virgilio e soprattutto di Beatrice. La prevalenza del descrittivo nell’Inferno connette quasi sempre le similitudini alla descrizione, com’era stato nell’epica classica, evidenzia luoghi e situazioni, rende icastica e determinata l’azione; nel Paradiso, dove abbonda la dimostrazione, le similitudini sono assai spesso sostitute del parlare metaforico, si mescolano e fanno tutt’uno con questo nel bisogno di trasferire il concetto in imago. In essenza, sposando il punto di vista dell’Auerbach, nella similitudine si rivela appieno l’animus poetico di Dante nonché la sua Stimmung (inclinazione, stato d’animo); il sommo poeta, talora nel seguire l’impulso del suo genio, tal altra per offrire al lettore un’immagine più viva e vivida dei sentimenti propri di un uomo cui è concessa una sovrumana, irripetibile esperienza, lascia correre a briglie sciolte la sua fantasia e cesella rapidi quadretti e bozzetti permeati di una costante nota realistica e di un personalissimo sentimento del mondo e delle cose: sicché allegoria e realtà, immagine simbolo si fondono in mirabile concento in una singolare visione prospettica. Andiamo allora a quello che è forse il canto più noto di tutti, il quinto dell’Inferno, dove protagonista è l’amore in ogni sua significazione, sofferenza, sublimazione. Attraverso una triplice similitudine sui volatili, dopo aver evocato gli stornelli e il loro volo disordinato e le gru per isolare i lussuriosi morti di morte violenta, l’obiettivo si concentra sulle colombe, figuranti di Paolo e Francesca: «Quali colombe, dal disio chiamate, / con l’ali alzate e ferme, al dolce nido / vegnon per l’aere dal voler portate / cotali uscir della schiera ov’è Dido, / a noi venendo per l’aere maligno: / sì forte fu l’affettüoso grido». Il paragone, con l’uso dell’espressione “ambivalente” dolce nido, parrebbe avulso dal contesto infernale (se non fosse per l’«aere maligno» del v. 86), ma contribuisce, in modo decisivo, alla fisionomia lirica e “simpatetica” dell’episodio. Nondimeno, l’accento va posto principalmente sulla connotazione -che attinge altezze vertiginose- di tutta la poesia della Comoedia, che attesta un registro stilistico, una fantasia e un intus-legere ad oggi insuperati: “Quali fioretti dal notturno gelo/chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,/si drizzan tutti aperti in loro stelo,/ tal mi fec’ io di mia virtude stanca(…). Memore degli studi liceali e della passione insonne degli anni a venire, oso dire che, davanti a un poeta iridescente e proteiforme come Dante, la pretesa di dire l’ultima parola è votata a sicura sconfitta.